Il profumo della cura: Alessandra e Luisa, cuoche della Caritas

Ogni mattina, alle 8.30, nella cucina della mensa Caritas si accendono i fornelli.

E insieme ai fornelli si accende qualcosa di più: una presenza silenziosa, costante, che da anni rende questo luogo una casa per tanti.

Alessandra è di Mercogliano, è sposata e mamma di due figli ormai grandi. Da sette anni è una delle cuoche della mensa della Caritas. Accanto a lei c’è Luisa, compagna di turno e di cammino, anche lei volontaria da tempo. In cucina si muovono con intesa, quasi senza bisogno di parole.

C’è un programma settimanale da seguire: il mercoledì pesce e pasta mista, il giovedì carne.

E poi tutto il resto che prende forma giorno dopo giorno, tra organizzazione e attenzione a ciò che arriva in dispensa.

Ma l’ingrediente più ricco e genuino non è scritto sul menù.

Alessandra racconta che quando viveva a Napoli lavorava, ma non ha mai smesso di dedicare tempo a chi aveva bisogno. Il volontariato non è nato qui: è una scelta che l’accompagna da sempre.

E oggi, anche quando sarebbe più facile restare a casa, lei non salta un turno in mensa, anche a Natale, anche a Pasqua. Perché il bisogno non si ferma nei giorni di festa.

«Chi viene qui deve sentirsi come stesse a casa», dice.

Non è solo una frase fatta: è una responsabilità. Significa servire con rispetto, con delicatezza, senza far pesare nulla. Significa guardare negli occhi le persone, chiamarle per nome quando possibile, creare un clima che somigli più a una famiglia che a un servizio.

In questi anni si è creato un legame.

Un feeling silenzioso con chi passa, con chi torna, con chi magari un giorno non si vede più perché ha trovato una strada nuova.

E quello scambio di sguardi, quel sorriso timido che arriva in risposta, è la ricompensa più grande.

«Noi riceviamo tanto», racconta Alessandra. «Uno sguardo, un sorriso, e ci viene ricambiato tutto».

C’è una sensazione particolare che resta addosso a fine turno: una leggerezza.

La leggerezza di aver donato un sorriso a chi ne aveva bisogno.

La leggerezza di sapere che, almeno per qualche ora, qualcuno si è sentito accolto davvero.

Perché alla mensa della Caritas non si cucina soltanto. Si prepara dignità. Si serve rispetto. Si condivide umanità.

E quel profumo, più del pesce del mercoledì o della carne del giovedì, è quello che resta più a lungo.